Nikolajewka 26 gennio 1943 e testimonianza di Maffeo Valeriano Piardi

Dall’autunno 1942 il Corpo d’Armata Alpino, costituito dalle tre Divisioni alpine Cuneense, Tridentina e Julia, era schierato sul fronte del fiume Don, affiancato da altre Divisioni di fanteria italiane, da reparti tedeschi e degli altri alleati, rumeni e ungheresi. Il 15 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegarono 750 carri armati e noi non avevamo né carri, né efficienti armi controcarro), i Russi dilagarono nelle retrovie accerchiando le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate più ad Est.

Esse dovettero sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri. L’accerchiamento Mentre le Divisioni della Fanteria si stavano ritirando, il Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di rimanere sulle posizioni a difesa del Don per non essere a sua volta circondato. Il 13 gennaio i Russi partirono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi a Nord e quello dei Tedeschi a Sud, con una manovra a tenaglia, riuscirono a racchiudere il Corpo d’Armata Alpino in una vasta e profonda sacca. Davanti alla possibile catastrofe rimaneva un’unica alternativa: il ripiegamento immediato. La sera del 17 gennaio 1943, su ordine del generale Gabriele Nasci, ebbe inizio il ripiegamento dell’intero Corpo d’Armata Alpino di cui la sola Divisione Tridentina era ancora efficiente, quasi intatta in uomini, armi e materiali. La colonna in ritirata La marcia del Corpo d’Armata Alpino verso la salvezza fu un evento drammatico, doloroso ed allucinante, costellato da innumerevoli episodi di valore, di grande solidarietà, in cui circa 40.000 uomini si batterono disperatamente, senza sosta, per 15 interminabili giorni e per 200 chilometri. La battaglia di Nikolajewka: Fu così che dopo 200 chilometri di ripiegamento a piedi e con pochi muli e slitte, sempre aspramente contrastati dai reparti nemici e dai partigiani sovietici, il mattino del 26 gennaio 1943 gli alpini della Tridentina, alla testa di una colonna di 40.000 uomini quasi tutti disarmati e in parte congelati, giunsero davanti a Nikolajewka. La battaglia fu durissima. Il 6 marzo 1943 cominciarono a partire da Gomel le tradotte che riportavano in Italia i superstiti del Corpo d’Armata Alpino; il giorno 15 partì l’ultimo convoglio e il 24 tutti furono in Patria. Mentre per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne bastarono 17. Sono cifre eloquenti, ma ancor più lo sono quelle dei superstiti: considerando che ciascuna divisione era costituita da circa 16.000 uomini, i superstiti risultarono 6.400 della Tridentina, 3.300 della Julia e 1.300 della Cuneense. fonte www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/La%20Battaglia%20di%20Nikolajewka.pdf.

Il freddo fino dentro alle ossa per interi giorni, inadeguatamente coperti, i “Generale Inverno Russo” semina vittime, lasciando a terra giovani soldati, come inermi pezzi di ghiaccio.Lla paura di non farcela, l’angoscia, il pensiero per chi a casa aspetta, le bombe, i colpi di fucile e le battaglie da affrontare. La fame che attanaglia e costringe a fare razzie. La sporcizia, l’ultimo dei problemi. Nikoajewka. Giorni davvero tristi e molti duri quelli vissuti nell’ultimo periodo dagli alpini e da tutti i soldati mandati al fronte  Russo. In particolare una testimonianza scritta lasciata dall’Alpino Maffeo Valeriano Piardi (Pezzaze, 16 novembre 1915 – “andato avanti” a Gardone Vt, 20 agosto 2002) detto Bianco Topo della famiglia dei Mafè che prese parte alla II guerra mondiale sui fronti di Francia, Grecia, Albania e Russia militando nel corpo degli alpini. Nel giugno del 1942 il  reggimento 53^ Compagnia del battaglione Vestone 6° reggimento Alpini, 2^ Divisione Alpina Tridentina, insieme a tanti altri, parte per la terribile Campagna di Russia. Terribile per via delle temperature polari, per via dei compagni persi, per via della fame sofferta ricorda nel diario e in un intervista pubblicata sul sito dei Piardi.org rilasciata ad Achille Piardi ideatore del sito, il signor Piardi: “In certi giorni il termometro toccava i meno 45°. Avevo i piedi e tre dita di entrambe le mani congelati”. “Sono partito pesavo 80 kg sono tornato e ne pesavo, 59”. Periodo terribile per la guerra in certi giorni soprattutto il 1 settembre del ’42 e durante la Sacca di Russia a gennaio del ‘43, per gli amici morti”.  “Durante la battaglia del primo settembre, del mio battaglione eravamo in 1750 e ne sono rientrati 245″.   “Ho partecipato – ha ricordato Piardi- a tutti i combattimenti compreso quello del 1° settembre ed ho vissuto la tristezza, l’amarezza della ritirata. La mia preoccupazione era di trovare cibo, non avevo paura dei combattimenti, ma della fame. In genere mangiavamo, però, in molte circostanze ce ne prendevamo, se ve n’era, in qualunque località arrivassimo. Come si sa i primi che si trovavano in testa ai reparti riuscivano a rinvenire del cibo nelle case e nelle isbe russe ma, gli ultimi …Ho partecipato a ben undici combattimenti per uscire dalla sacca russa”. Ora alcuni accenni sull’eroicità dei reparti italiani. “In Russia gli ultimi tre giorni (dal 14 al 16 gennaio ’43 ) prima dell’accerchiamento che poi subimmo dai russi sul Don, di fronte allo schieramento russo e sul limitare del fiume ghiacciato che si presentava come una lastra di vetro, ho fatto tre giorni e tre notti da solo in postazione avanzata in compagnia della mia mitragliatrice chiamata amichevolmente Maria, che in quell’occasione era diventata incandescente per l’eccessivo uso. Forse i tre dì,  più drammatici e impegnativi prima della ritirata.” “Il 15 gennaio, dopo che in mattinata  il nemico ebbe attaccato la 53^ Compagnia del Vestone,- si legge nel diario – sono, con altri, chiamato e spostato immediatamente alla 55^ Compagnia e collocato in postazione avanzata. Il capitano Pendoli da Iseo, mi vuol assegnare il compito di sentinella sul camminamento, luogo esposto e pericoloso. Lo guardo e gli rispondo: “Io lì non ci vado perché mi vuol proprio mandare esposto come bersaglio alle pallottole del nemico? Preferisco andare in postazione con la mitragliatrice”. Al mio posto sul camminamento viene mandato un volontario fascista il quale dopo poche ore, intorno alla mezzanotte viene colpito  alla gola, trova la forza di trascinarsi vicino alla mia postazione. E grida ‘Chi per la patria muore è vissuto assai!’. Io gli rispondo “Pensa a te che la Patria resta e noi ce ne andiamo”. I cruenti combattimenti continuano: se i Russi avessero preso quella postazione, avrebbero accerchiato completamente il battaglione. “Un amico – ero ormai rimasto solo alla postazione – con il ruolo di portaordini, giunto alla mia postazione vedendo la carneficina una montagna di cadaveri nel pendio sotto di me mi disse “Piardi scappa che i russi ti mangiano vivo vieni via con me. Io risposi: fino a che la Maria canta (la mitragliatrice), di qua i russi non passano”. Purtroppo alle 2,20 la mitragliatrice si inceppa e i Russi si avvicinano. Non avevo paura, non per la mia pelle, mi rincresceva per tutto il battaglione che sarebbe stato assalito ed annientato.  “Chiamai il sergente disperato- continua nel suo diario Piardi- gli dissi di sbrigarsi a ripararmi l’arma perché i Russi si avvicinavano. Io nel frattempo salii sul camminamento (luogo di sicura morte, poiché molto esposto) con il moschetto sparai su quella massi di uomini, lanciai diverse bombe a mano e dai miei occhi cadevano lacrime, quella notte piansi. Una pallottola all’altezza dell’orecchio sinistro mi tagliò l’elmetto e allora compresi il grosso errore e tornai alla postazione, in luogo protetto continuando a sparare. Nel frattempo il sergente aveva riparato l’arma e in pochi secondi eliminai un centinaio di soldati che stavano tentando di varcare il reticolato”. Sempre il capitano Pendoli, viene in postazione e pensa di alleviarmi un poco nell’uso della mitragliatrice imbracciandola lui ma, con scarsissimo risultato difensivo. I russi avanzavano. Mi riprendo l’arma e le cose vanno meglio e rivolgendomi all’ufficiale … “se fa così a sparare fra cinque minuti i russi ci mangiano vivi. Ricordo, mi pare, che mi avrebbe proposto per la medaglia d’argento ma lui morì ed io venni privato della medaglia”. Piardi si salvò prima della ritirata che iniziò alle 4 del pomeriggio del 16 gennaio, dopo aver sterminato 5 battaglioni russi, ed essersi salvato da un russo che si era arrampicato sul camminamento grazie alla sua personale monito che gli permise di riportare la pelle a casa: “Non sparare mai per primo ma non essere mai il secondo”.

RITIRATA:Durante la ritirata, Piardi con dei commilitoni, rischiano la morte in più occasioni: mentre si dirigono verso Nikolajewka vengono presi di mira da una raffica di mitragliatrici aeree che li sfiora. Piardi scampa ancora alla morte. Con i piedi congelati, affondo nella neve  tra i corpi dei commilitoni esanimi e rischia di rimanere intrappolato e travolto da altri soldati in movimento. Fortuna volle che risucì ad aggrapparsi ai finimenti di un mulo che passava con un soldato e venne trasportato di peso verso il centro, sotto il fuoco nemico: un altro inferno. Sempre in occasione della ritirata, cercando di ripararsi dal freddo scavano buche vicino ad enormi cataste di fieno, ma rischia di bruciare perché altri soldati per riscaldarsi avevano appiccato il fuoco alla paglia. Si salva per un pelo con i suoi amici. Durante la ritirata, dopo tanti giorni di digiuno, Piardi ed  i commilitoni, trovano in una casa prima un po’ di patate,  poi dopo un giro di ricognizione trovano anche un vitello che macellano e cuociono. Dopo essersi sfamati, il restante lo portano via per il lungo viaggio: erano circa  a metà percorso. Chi giunse dopo, si dovette accontentare di mangiare la neve intrisa del sangue della bestia. Nei giorni successivi, trovano da mangiare una pecora: ma dopo poche ore una forte indigestione sta per far desistere Piardi dal proseguire il cammino. Viene continuamente incitato  dal cugino Bortolo Piardi a proseguire, ma Maffeo vuol restare li in mezzo alla neve per addormentarsi e non svegliarsi più. E prega il cugino di andarsene, ma prima di sparargli un colpo in testa per alleviargli le sofferenze. I commilitoni se ne vanno, ma alla fine tornano per trascinarlo sulla neve per circa mezzo km con una brandina fatta di rami, fino a che non si imbattono in un camion ungherese che carica legname per ricostruire un ponte abbattuto dai russi. I soldati, decidono di aiutare a caricare legname, così da guadagnarsi un passaggio; gli ungheresi trasportano Piardi per circa una 50 di km. Una volta giunti a Kiev i malati e feriti vengono messi dai tedeschi in un albergo circa 2000 uomini. In seguitotrasferiscono 550 italiani all’interno di una chiesa, come fossero bestie, li obbligano a rimanere all’interno senza bere e senza mangiare costringendoli a dormire sul pavimento. Chi tenta di uscire “Kaput!” Minacciano i tedeschi.  La terza sera Piardi con un commilitone scappa ed esce per recuperare cibo. Vengono ospitati da una famiglia russa e mangiarono a volontà poi reperiscono del cibo anche per gli amici all’interno della chiesa. Rientrano nella chiesa, e vengono sorpresi dai tedeschi che li graziano e dopo una settimana di trattamento,  il treno ospedaliero porta i feriti a Bari.

CRUDELTA’ TEDESCA: In più occasioni alcuni soldati tedeschi mostrano la loro crudeltà ed egoismo. Il cibo per esempio era solo per loro, per gli altri, alleati compresi, non esisteva. “Un giorno,- racconta ancora Maffeo Piardi-  presente all’avvenimento anche il cugino Faustino detto Burtul Piardi dei Mafé, entrammo in una casa ove vi è una madre con un bimbo di dodici tredici mesi. Sulla stufa vediamo che stava scaldando un pò di latte, decidiamo di prenderlo”. Mentre stanno per andarsene, arrivano dei tedeschi che tolgono dalle braccia della madre la creatura indifesa e la sbattono contro il muro. Anche nei giorni successivi assistono a scene di uccisione di neonati: venivano lanciati in aria e usati come bersagli. Stesso atteggiamento nei confronti dei soldati italiani. Mentre uscivano dalla sacca, un soldato italiano tenta di salire nel cassone dei camion tedeschi. Gli alleati lo colpiscono alla testa e lo ributtano fuori dal veicolo, facendolo schiacciare dai mezzi che seguivano.
A Karkow (Char’kov), alla stazione ferroviaria, di passaggio per l’avvio al nuovo fronte, scene strazianti di gente che implorava da bere. Gli alpini, portano loro acqua e questo costò loro quasi la vita, poiché gli ufficiali tedeschi non volevano che si desse acqua alle persone prigioniere, stipate sui carri bestiame, proprio come bestie destinate al macello.

 

 
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